A
TAVOLA CON IL PRINCIPE: LE RECENSIONI
(in
ordine cronologico, più o meno, clicca sul link per leggerle come ti
pare)
BLOW
UP
SODAPOP
ASPHALTO
ONDAROCK
ROCKON
MUCCHIO SELVAGGIO
LASCENA
ROCKIT
ESSERI ROCK
KOMAKINO
SANDS-ZINE
KATHODIK
INDIEPOP
BLOW UP (2)
IL TIRRENO
SENTIREASCOLTARE
ROCKLAB
RUMORE
Massimiliano
Busti, Blow Up (ottobre 2006)
Sembrano quei matti legati con la camicia di
forza che mollano capocciate sulle quattro pareti della stanza imbottita (ma
non troppo) in cui sono stati rinchuisi, probabilmente all'Ospedale Maggiore
di Lodi di cui cantano su questo Cd. Non sanno più a quale santo votarsi.
A quello del noise (Negrogrind)? Del funk (Giambattista Vico)?
Del cantautorato italico (Mare Spera)? Del punk (Son più
bella io o sei più bella tu)? Del demenziale (Diurex)?
Alla fine, dal calderone sbuca fuori una mezz'ora abbondante di autentico,
liberatorio divertimento di cui rendiamo loro grazie.
Registrato con la consueta perizia dal "magister" Magistrali, l'album
è infestato di memorie infantili da scuola elementare, calembour da
blocco intestinale e commedie degli equivoci sull'identità sessuale.
Non credo siano tipi facilmente gestibili, comunque il mio consiglio è
di sfrondare le ingombranti eredità di "kinotti" e "sbarbine",
evitare di abbandonarsi agli entusiasmi da sagra paesana col tasso etilico
sballato e iniziare davvero a calcare la mano. Sono già bravi, potrebbero
diventarlo ancora di più. (7)
Andrea
Ferraris, Sodapop (6 ottobre 2006)
Potrebbero essere la risposta "rock-funk"
ai Paolino Paperino, la dove "Fetta" era punk, gli X-Mary sono rock,
anche se di quello fisico ma forse più easy listening allo stesso tempo.
Se Luca "Abort" degli Ifix Tchen Tchen fosse ancora vivo e non avesse
avuto trascorsi in band storiche del torinese (Nerorgasmo su tutti), sono
sicuro che avrebbe sorriso a sentirsi questo concept sul cibo. Dei cretini
integrali? O dei simpatici cazzoni? Beh, dura dirlo senza conoscerli, resta
che il disco è ben suonato e quand'anche sembrasse più demenziale
probabilmente è "dichiarato come la sette in buca ad angolo".
Spero che nessuno si offenda se dico che per certi versi gli X-Mary ogni tanto
non sono molto distanti dal singolo (quello con le "porno-infermiere"
nel video) di Omar Pedrini, ma con una sostanziale differenza: gli X-Mary
probabilmente ci fanno. Il disco è buffo,"stupidino", un
po' ruvido come mix (anche se la produzione di questo gingillo è affidata
a Magistrali); certo sarà anche cretino fin che volete ma divertente,
anzi, non escludo di ascoltarlo mentre me ne vo' a Friggene insieme a "Mimmo
ed alla sora Lella". Meno "radical chic" degli Offlaga Disco
Pax, ma se un tempo c'erano i Wolfango, Bugo e gli Ifix a fare da contraltare
stiloso ad Elio (e non a quelle cazzate di cover band dei cartoni animati),
oggi ci sono questi lombardi. Dei coglioni totali? Oppure il coglione sono
io che me lo chiedo? Comunque le tre bellezze della vita è uno dei
migliori inni alla cocaina mai sentiti, anzi quasi quasi c'è da andare
in bagno che mi cola il naso.
Asphalto
(22 ottobre 2006)
Apprendo solo
pochi giorni fa, via filosofo (che quando non si pasce nell'insensatezza in
NK è anche un recensore professionista) dell'uscita di questo corposo
cd suonato da un gagliardo gruppo di lodigiani, a me affini se non altro per
età anagrafica. Sin dal nome potrebbero evocare stilemi propri d'un
hi-NRG-ismo o di un yo yo gimme gimme da evitare accuratamente, per tacere
di quei gruppi che ancora, pur essendo passata da mo' la moda, si ostinano
a definirsi emo. Invece fanno un genere indefinibile crasi di rock (a tratti
un po' troppo padano, ma sempre con quei segni più nordici e brumosi),
timidi exploit punk, naiveté che non diventa mai demenzialume, insomma
un retroterra musicale di quelli che ogni due minuti ti fanno esclamare cose
come -ehi ma dove ho già sentito questo giro-, senza che però
tu riesca a ricordarti di preciso dove.
Energici quando occorre ma anche dotati di impensabili squarci di melodia
che si immaginano prodromi di cori inarrestabili durante i live, i signori
hanno confezionato il loro primo albo a pieno minutaggio, che già dalla
premessa in retrocopertina ("questo disco è dedicato al pane")
solletica la curiosità di quei tanti che, come me, ritengono la panificazione
uno dei gesti più memorabili e necessari della vita umana. Intelligenti
nel dribblare le pericolose secche del demenzialismo da cartoon-rock, quando
non dell' elio-copia, i giovani in questione si connotano comunque per la
presenza di alcuni topoi parascolastici abbastanza irresistibili: quasi come
se i Ramones avessero incestuosamente copulato con i Beehive.
Il disco si impone per la presenza di alcune tracce autenticamente strappone
e coinvolgenti, tutte peraltro mai sopra i tre minuti di durata, tra le quali
mi permetto di segnalare:
-05
- "cristiano cristiana", una delle cose più furbe che abbia
mai ascoltato sul tema dei transgender;
-06 - "mare spera", perchè se la sentissi passare su Radio
Subasio non mi stupirei;
-07 - "ospedale maggiore", frutto forse degli effetti blandamente
allucinogeni di un anestetico locale somministrato per un intervento di chirurgia
ordinaria;
-08 - "koko b ware", solo per il titolo;
-09 - "papa voitila", già citata in radio, un anthem da papaboy
sotto speed;
-18 - "le tre bellezze della vita", perchè racchiude in se
il delirio, la self-assuredness e la paura tipiche del consumatore di bamba;
-24 - "giambattista vico", perchè ci vuole coraggio a dedicare
un funk ad un filosofo minore.
Federico
Savini, Ondarock (25 ottobre 2006)
Quell'irresistibile
voglia di regressione.
Per quanto ne so gli X-Mary sono dei trentenni che si divertono a fare sfoggio della migliore immaturità ascoltata di recente. Perché mai regredire al puttanierismo e alla spocchia del ventenne universitario, mucciniano more, quando si ha a disposizione un patrimonio umano come la frequentazione delle scuole medie a cavallo tra 80 e 90? Chiariamo una cosa subito: pur avendo scritto una canzone inneggiante a Koko B Ware (si, proprio lui, il più trashoso wrestler pappagallato degli anni 80) e Dio li abbia in gloria per questo, gli X-Mary non sono riducibili a degli Offlaga Disco Pax privati del fardello ideologico.
Il gruppo si forma estemporaneamente nel 1995 in provincia di Milano* (dove tuttora i componenti risiedono) e comincia a “fare sul serio” nel 2002, dandosi un’organizzazione interna degna di tal nome. Il disco d’esordio, su personale marchio LMC, si chiama “Day Hospital” e vede la luce nel 2004. Oggi siamo all’atto secondo con un’opera che fin dal curatissimo e geniale artwork appare una sorta di concept intitolato “A Tavola Con Il Principe”. Già dedicare un disco “al pane” la dice lunga sullo spirito che anima il gruppo e che è presumibilmente lontano anni luce da ogni genere di cavillosità, tanto che anche interpretare banalmente la cosa come “poetica delle cose semplici”, significherebbe già sofisticare troppo l’immaginario e gli intenti musicali del quartetto.
Ci troviamo di fronte a uno dei più completi calderoni di riduzionismi pop ascoltati di recente (24 brani in 37 minuti), peraltro benissimo suonato e registrato, tanto vario negli stili da rimandare quasi ai Minutemen di “Double Nickels On The Dime”, con uno spirito ben più giullaresco e meno sperimentale che approda in una terra di nessuno al confine tra gli Half Japanese più orecchiabili e i Nofx (!), solo cantati in italiano. C’è anche chi ha parlato di indecente copula tra John Zorn e i Beehive (!!!) senza allontanarsi nemmeno molto dalla realtà. E se del poliedrico sassofonista e compositore newyorkese c'è in effetti molto poco su queste tracce, il continuo riferimento a primi giorni di scuola, acerbe prurigini sessuali, maestre e compagni di banco fa capire che l'anima lirica del disco è realmente figlia dei peggiori incubi pop del decennio terribile degli yuppies allo zafferano.
L’immaginario pre-adolescenziale evocato dai “testi improvvisati”, di rara naivitee, e dalla voce squillante e bambinesca di Cristiano è del tutto autentico, e si tratta di una vera manna per gli orfani del Max Pezzali delle origini. E' questa indubitabile sincerità di intenti, inoltre, a mantenere la band fuori pericolo dalle tentazioni demenziali tout court (in verità almeno "Diurex" si avvicina parecchio ai perniciosi GemBoy ma il brano è divertente e glielo si perdona volentieri).
Musicalmente ce n’è davvero per tutti i gusti, e se a questo mondo ci fosse giustizia parecchie autentiche hit del disco dovrebbero fare piazza pulita di rivali al Festivalbar. Già, perchè da queste parti l'appiccicosità dei ritornelli e delle melodie regna sovrana, basta provare lo scattante punk-pop di "Cristiano Cristiana" che inaugura una serie di bozzetti dedicati alla (anche qui temiamo autentica) confusione sessuale del cantante. Ma i pezzi da 90 sono parecchi altri, a cominciare dal samba-hardcore di “Zucca” passando per l’indolente ballad rock di “Ospedale Maggiore” (testimone anche di un sanissimo e divertito attaccamento al territorio); ancora l'italo-pop da FM di "Mare spera", l'anthem dei Papa Boys di "Papa Voitila" con le chitarre rubate ai Creedence , il funk-rock muscolare di "Gianbattista Vico" (il cui ritornello "Gianbattista Vico / tu sei un fico" raggiunge vette di idiozia lirica raramente registrate e seriamente epocali) fino allo spassosissimo jingle jangle alla Rino Gaetano di "Le tre bellezze della vita" con un flauto del quale rendiamo grazie e sul cui testo non diciamo nulla per non rovinare la sorpresa. Tutto questo per tacere degli omaggi scoperti ai Black Flag delle origini (“Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me”), ai Pere Ubu (citazione solo letterale in “Venti secondi sopra Tricase”), ai Prozac+ (!!!, "Son più bella io o sei più bella tu") e ai Ramones (“Tamara Punk Rock” che vale un mezzo trattato sociologico).
In mezzo a queste piccole perle dall'impatto istantaneo c'è una miniera di minutaglie che esplorano marce militari, bossa nova, swing, grindcore e quant'altro. In teoria il punto debole del disco sarebbero proprio queste numerose parentesi tra i brani principali, ma di fatto l'album scorre via fresco e spensierato ch'è una meraviglia e per una volta i divertissement divertono davvero, durano poco e completano il quadro di quella piccola e delirante fetta di mondo della cui esistenza il disco è testimone.
Le “canzoncine” degli X-Mary, abbastanza stupide da poter essere apprezzate dal peggior pubblico adolescenziale in circolazione e abbastanza intelligenti da non essere mai scopertamente “ruffiane”, ristabiliscono il primato del divertimento in musica. Punto. E scusate se è poco.
* esattamente a San Colombano al Lambro, enclave meneghina in pieno territorio lodigiano.
Francesco
Diodati, RockOn (26 ottobre 2006)
“A Tavola con il Principe” è
il secondo album degli X-Mary, gruppo di San Colombano al Lambro attivo da
undici anni. Una strumentazione classica, una pianola, un flauto, una chitarra,
percussioni rimbombanti, un basso, la voce. La loro ultima fatica, prodotta
e mixata dal Fabio “Magister” Magistrali, ritrae, nel migliore
dei modi, la leggerezza astratta dell'indie-rock italiano, la freschezza che
snellisce, sminuisce, lo sperimentalismo spasmodico dell’underground
contemporaneo. Ventiquattro tracce, trentasette minuti di musica pura, divertimento
e tanto sudore.
Loro,
gli X-Mary, rappresentano la schizofrenia dei migliori Wire, intrecci sonori
che sfociano nel sensazionale, stralunato, pop (quello veloce, quello che
volgarmente potremmo definire “colto”, quello che rimane in testa,
quello che non si dimentica facilmente) di “Le tre bellezze della vita”,
“Mare Spera”, “Carolina”, nel post-punk di “Kiss
Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, “Son più bella
io o sei più bella tu?”, nel noise dissonante di “Negrogrind”,
nello swing di “Al mercato”, nella marcetta esplosiva di “Donnez-moi
une cigarette”, nel lato “danzereccio” di “Zucca”,
nel brevissimo “blues” di “Ospedale Maggiore”. “A
Tavola con il Principe”, la naturale irriverenza degli X-Mary, l’ironia
del quartetto lombardo (i testi, diretti, genuini), la semplicità compositiva,
continuamente perfetta, essenziale, per niente sfarzosa, per niente mediocre.
“A
Tavola con il Principe”, la grandissima riconferma degli X-Mary, il
piacere di poter ascoltare, tutto d’un fiato, quelle ventiquattro tracce
presenti all’interno dell’album che, inspiegabilmente, scorre,
rapidamente, fra le nostre dita. I brani, perfetti. Uno dei dischi più
interessanti dell’anno, se non il più interessante nel panorama
musicale italiano targato 2006. Chapeau.
Alessandro
Besselva Alverame, Mucchio Selvaggio (ottobre 2006)
Secondo album vero e proprio dei lodigiani X-Mary, dopo una lunga storia sotterranea
a base di CD-R e cassette, “A tavola con il principe” racchiude
oltre venti canzoni in poco più di mezz’ora: piccoli quadretti
di assurdo quotidiano che si manifestano attraverso un eclettismo lo-fi che
tocca di volta in volta punk, funk, folk, bossa e cantautorato sbilenco. Lasciate
da parti le definizioni, una raccolta di momenti divertenti e trovate geniali,
lettere da un mondo parallelo dove Stephen Malkmus e Freak Antoni convivono
alla grande (“Ospedale Maggiore”), gli Os Mutantes inneggiano
a Giambattista Vico dalle pagine di un libro delle superiori (“Giambattista
Vico”) e dove i Ramones ricevono in regalo uno splendido omaggio, appropriatamente
idiota e in perfetto stile “gabba gabba hey”, “Tamara Punk
Rock” (“Ha il giubbotto dei Ramones / e indossa le espadrillas
/ lei è Tamara / e non capisce un cazzo”). E ci sono pure ipotesi
inquietanti di rock parrocchiale (“Papa Voitila”), improbabili
vicende di cambio di sesso (“Cristiano Cristiana”), parate medievali
trasfigurate in metafore deliranti sull’Unione Europea (“Donnez-moi
une cigarette”). Una follia organizzata ma non troppo, fissata su supporto
da un divertito – immaginiamo – Fabio Magistrali, senza forzature
e aggiustamenti in corso. Difficile dire se faranno proseliti, gli X-Mary,
quel che è certo è che ci siamo innamorati del loro cabaret
anarchico fin dalla prima nota.
Marco
Loprete, Kathodik (21 ottobre 2006)
Gli X-Mary sono uno stralunato combo composto da Cristiano
(voce), Luca (chitarra), Mattia (batteria) e Luca (basso) che suona una miscela
di punk-hardcore e pop "made in Italy", con qualche scorribanda
in territori funky, latin e jazz, il tutto in chiave demenziale.
L’apertura di questo "A Tavola Con Il Principe", che segue
di due anni l’esordio di "Day Hospital", è affidata
ai 45 secondi di pura adrenalina punk (marca ’77) di Avellino Soundcheck,
cui seguono la demenza di Zucca, un ballabile latin storpiato come solo un
gruppo di isterici potrebbe, la swingante Al Mercato e Countrygrind, che alterna
un arpeggio country-folk a brutali sfuriate metal. In Cristiano Cristiana
fanno capolino persino gli Smiths, riveduti e corretti alla luce della demenzialità
degli Skiantos (il testo parla di un viaggio a Casablanca per un cambio di
sesso…), mentre Mare Spera è imperniata su un riff funky. Ospedale
Maggiore è una ballad pop con coretti demenziali e chitarrina schizofrenica;
Son più bella io o sei più bella tu?, invece, alterna punk e
reggae. L’enfasi amorosa parodistica di Massimo (una presa in giro della
ballatona alla Vasco Rossi), precede le durezze marziali di Kiss Me Kiss Me
Kiss Me Kiss Me Kiss Me e la nevrosi di Venti secondi sopra Tricase, due hardcore
a rotta di collo.
Negrogrind è spettrale e schizofrenica, con i suoi innesti di sax psicopatico
ed il suo incedere minaccioso che culmina poi in un finale urlato e rumoristico
- il tutto concentrato in poco più di un minuto e venti secondi. Le
Tre Bellezze Della Vita, nonostante il suo appeal da Zecchino d’oro
per famiglie disfunzionali, è deboluccia: la salva l’idea del
solo folk di flauto. Della trascinante Tamara Punk Rock sarebbero fieri i
Ramones; Dal Parrucchiere è la bossa nova degli idioti, mentre Donnez-moi
Une Cigarette parodia le marcette militari e l’ottimismo dei politicanti
che si riempiono la bocca con la parola "pace". Il Mio Ragazzo E’
Pieno e Giambattista Vico chiudono il disco all’insegna del funk.
Autoprodotto su etichetta LMC, con l’aiuto di Full Blast, Be Here Records,
K Collective e Rebel Kid Music, "A Tavola Con Il Principe" è
una raccolta interessante, divertente, ricca di idee: l’unica cosa che
si può rimproverare ai quattro componenti degli X-Mary è la
superficialità di alcuni momenti, in cui la carica demenziale sembra
essere francamente eccessiva e finisce con l’irritare l’ascoltatore.
Apprezzabile, però, l’intento di non emulare i mirabili pastiche
sonori dei Fantomas (anche perché tener testa a un genio come Patton
sarebbe stato impossibile) e cimentarsi con una scrittura in cui "ogni
canzone fa genere a sé": ciò denota, se non altro, l’intenzione
di non rivolgersi a "facili" appigli e sguinzagliare la fantasia
alla ricerca di nuove alchimie. Bravi.
Matteo
Merlini, LaScena (6 novembre 2006)
Poco si può dire di questo disco degli X-Mary se non che sia poco convincente,
nella forma e nella sostanza. In tutto il disco, composto da un’abnorme
quantità di composizioni (quasi tutte di all’incirca 1:30\2 minuti),
la band di San Colombano al Lambro non riesce assolutamente a trovare un minimo
di ispirazione, salvo qua e là in qualche composizione abbastanza demenziale
(Rock Duro su tutte le altre), dove si riesce perlomeno a sorridere.
Nonostante l’ammirevole buona volontà palesata nell'assemblamento
melodico, rispecchiata anche dalla molteplicità degli stili utilizzati
- dal power pop al jazzcore passando per la musica leggera - la scontatezza
delle composizioni rimane tale da destabilizzare il povero ascoltatore. Di
poco conforto sono l'evidente ironia (e autoironia) che caratterizza il lavoro
e i prestigiosi riferimenti a personcine leggendarie come i Wire o i Nofx.
Poco si può dire, dicevo, e poco ho detto. Non sempre i calderoni musicali
riescono col buco!
Andrea
La Placa, Rockit (13 novembre 2006)
Ingredienti :
250g di indie rock
4 cialtroni di buono spirito
150g di farina da fiuto
40g di melodie istantanee
125g di eclettismo + 30g di citazionismo per l'amalgama
120g di prurigine pre-adolescenziale
Ricetta
:
Imburra un dischetto di 10 cm di diametro.
Preriscalda l’ascoltatore a 180° con un presunto concept sul cibo,
che in realtà è stato svuotato con cura di qualsiasi significato.
Taglia le prurigini adolescenziali a dadini e mettile nell'alcol.
Fai sciogliere l’indie rock e l’eclettismo fino ad ottenere una
crema dalla consistenza tra l’Elio ed il Bugo, ma dal sapore molto vivace
ed accattivante.
Separa i testi sui papa boys da quelli su Rio ed i trans. Conservali.
Sbatti i 4 cialtroni in giro per l’Italia con 150g di farina da fiuto
e aggiungili ai palchi più improbabili.
Monta a neve i frutti degli sforzi precedenti, alla fine aggiungi 30g di citazionismo
e incorporali delicatamente al preparato, facendo cadere durante la lavorazione
tutti i dadini sott’alcol.
Versa la farina rimanente a pioggia e mescola con 40g di melodie istantanee
di ottima qualità, senza scorporare l’attitudine indie.
Lascia riposare sotto una maturità stilistica leggermente umida e poi
taglia in sottili brani da 1-2 minuti.
Riempi una teglia, cospargi il tutto con i testi dementi ed infantili e fai
cuocere a 90° per 37 minuti.
Sforma caldo sul disco e ridici su. Il risultato ti stupirà per la
sua bontà.
Jean,
Esseri Rock (dicembre 2006)
Con
qualche mese di ritardo rispetto alla data ufficiale di uscita dell'ennesimo
lavoro degli X-Mary, riesco a recensirne questo folle concentrato di idee,
sfoghi e divertimento. Dopo anni di attività e di continue registrazioni,
gli X-Mary hanno realizzato un Cd fatto come si deve, curato nei minimi dettagli,
dall'artwork (bellissimo) alla registrazione (ottima) affidata alle mani esperte
di "Gagisto" Magistrali. Tutto quanto è ovviamente in pieno
stile X-Mary, con quella genuinità/genialità che li distingue...
in questo senso sono veramente unici e inimitabili! Un esempio? Aprendo il
Cd si trova la scritta "Questo disco è dedicato al pane"!
Poi basta leggere i titoli delle canzoni o ascoltare parte dei testi per capire
che alla base di tutto c'è solo istinto, voglia di esprimersi e divertirsti.
E loro si divertono di brutto! In tutto questo, se dovessi usare una sola
parola per descriverli userei "AUTENTICI"! Le 24 tracce di questo
Cd sono divise in 4 portate: "antipasti", "primi piatti",
"secondi piatti" e "dessert", e in questa grande abbuffata
è contenuta la maggior parte dei pezzi migliori degli X-Mary come "Zucca"
(gira voce che ai concerti con questa canzone si sono visti anche i metallari
più incazzati fare il trenino!); "Cristiano Cristiana" (gay);
la mitica "Ospedale maggiore" che ormai cantano tutti; la spacca
schiena "Koko B Ware"; la mitica "Papa Voitila", la malinconica
"Il primo giorno con Luca"; "Son più bella io o sei
più bella tu?"; "Kiss Me Kiss Me..."; "Carolina";
poi la mia preferita, con tanto di flauto, anzi di... piffero: "Le tre
bellezze della vita" (drugadi!); "Diurex"; "Tamara Punk
Rock"; "Dal parrucchiere"; "Il mio ragazzo è pieno";
"Giambattista Vico"... cazzo le ho dette quasi tutte! Il fatto è
che sono tutte diverse tra loro (da una traccia all'altra si passa dal punk
rock alla samba) ma sono tutte una più bella dell'altra, quindi se
non avete ancora in casa uno dei tanti cd degli X-Mary, regalatevi questa
vera perla per Natale, non ve ne pentirete! Io vi consiglio anche di andare
a vederli dal vivo perché i concerti degli X-Mary sono indescrivibili!
Grandi!
Paolo
Miceli, Komakino (9 gennaio 2007)
Specificano di non essere un gruppo demenziale, ma che
sono proprio scemi. E potrebbe anche essere così, ma ci mettono gusto.
24 tracce, sorta di best-of dei loro demo dal 95 al 2002 che fanno calderone
di punkrock e pop, bossanova, marcette, funky, grind, grunge, reggae, - c'è
di tutto un rock, - un ruffiano occhietto continuo ai palchi delle varie feste
della birra, dei centri sociali, e primomaggio a pza san giovanni a roma,
dove sicuramente qualche adolescente che si è perso i Prozac+ 5-10
anni fa si esalterebbe. Gli Xmary sanno suonare comunque, hanno testi da storie
di banchi di scuola media, possono anche divertire quando sfottono al meglio
il disagio del ggiovane, la sessualità, il papa, la droga, i generi
musicali e tutto il resto, - sinceramente uno slabbrato fenomeno da sagra
paesana.
Alfredo
Rastelli, Sands-Zine (6 gennaio 2007)
Non mi piacciono i Pixies. Si, lo so a cosa state pensando ed è esattamente
quello che mi dicono tutti: non capisco un cazzo e altre cose del genere.
Dico questo perché ascoltando le prime sette/otto tracce del disco
d’esordio (almeno credo) degli X-Mary, i primi che mi vengono in mente
sono proprio i Pixies (si ascolti per tutte ospedale maggiore). Con ciò
ho fornito quindi una spiegazione alla sensazione, non molto piacevole, che
ho avuto una volta giunto alla fine del cd. L’effetto straniante di
una voce sopra le righe, con testi italiani per nulla intellettuali, su una
base musicale pop-rock suonata, sì come si deve, ma con poca presa
nei confronti di uno smaliziato ascoltatore. Fortuna però che ci sono
anche i secondi e terzi ascolti (e via di seguito): il disco alla fine mi
è piaciuto ed anche molto, conquistato, come lo sono stato, da canzoni
veloci come schegge (ce ne sono ventiquattro in circa trentasette minuti),
e gustose come le patatine (avete presente la pubblicità con il nostro
Rocco Siffredi nazionale, ‘una tira l’altra’?), l’una
con qualcosa di diverso rispetto alle altre (vuoi un ritmo funk come in Giambattista
Vico o un passaggio reggae come in son più bella io o sei più
bella tu? (versione integrale)), quasi sempre perfette (la bossanova-punk
di zucca), con dei testi che si collocano perfettamente a metà strada
tra l’ironico e il demenziale (Rino Gaetano non è lontanissimo,
si ascolti come prova Carolina o Cristiano Cristiana) e una voce che è,
in definitiva, l’unica possibile in un contesto di questo tipo. Sarà
che provo un’innata simpatia per i cazzari, e che gli X-Mary si collocano
tra i massimi esponenti del genere, ma non ho potuto fare a meno di amare
canzoni come mare spera (un po’ più che vagamente i Porno For
Pyros di Perry Farrell, anche nella voce), il grind-jazz di negrogrind, lo
scanzonato andamento di le tre bellezze della vita, l’inno emo-rivoluzionario
di donnez-moi une cigarette, la magnifica scheggia jazz-core di Koko b ware
o la già citata Zucca.
Che altro rimane da aggiungere? Forse che questo “A Tavola con il principe”
è un concept (ma chi sa fino a che punto ci credono) sul pane ed è
organizzato come il menù di un ristorante, e in questi periodi calza
a pennello; produce inoltre Fabio Magistrali, più di una garanzia.
I Pixies però continuano a non piacermi.
Alessandro
Calzavara, Indiepop (16 gennaio 2007)
Sciolto
l'affannoso scilinguagnolo sulle ingrassate trecce e bypassato il ruolo della
morale per via dei commensali (del commensale altolocato e scafato assai),
rutto libero, pubblico avvezzo, perché non approfittare della gioventù,
della verve, d'una certa bughitudine in the air, d'una cospicua cultura musicale
che fa capolino fra le storpiature dei titoli delle canzoni o fra le piaghe
dei pezzi?
Loro si dichiarano scemi ma non lo sono, al limite un po' nostalgici (fanno
iniziare un sacco di pezzi con "da quando..").
In un'epoca in cui per citare Frank'n'Wurstel anche sorridere fa doler le
labbra gli X-Mary sembrano divertirsi un fracco, suonando ora come degli Skiantos
più elusivi, ora come dei Santarita Sakkascia senza turpiloquio e sciattezza,
ora come mille altre cose non italiane e non demenziali.
Dicemmo già della sfolgorante "Cristiano Cristiana" dal jangle
chitarristico fulminante e melodia vischiosissima che vinse meritatamente
il nostro minitrofeo d'indiepopup: anche incastonata lì al quinto posto
su 24 fa sempre la sua porca figura.
Non sapevamo ancora che questi ragazzi sarebbero stati in grado di tenerci
vivi per tentasette minuti d'ascolto, mescolando il mescolabile e cambiandosi
il mutandis.
Punk, hardcore, blues elettrico, pop, pixismi, psichedelismi, Nosei-noise,
blacksabbatismi, zornismi, funk, grind (negro e country) -- ok, sanno suonare.
E hanno ascoltato tanto. Uno di loro ha persino tradotto per Fazi un libro
che parla di tedeschi flippati scritto da un importante gallese flippatissimo.
Diciamo però che la loro ambizione fondamentale è saper confezionare
inni.
Ciò che me lo fa affermare senza tentennamenti è la totale cialtroneria
dei testi e la presa rapida delle melodie.
Se occupassimo le radio occupate e rovesciassimo il trend nel gabinetto basterebbe
passare un paio di volte oltre la già citata "Cristiano Cristiana",
"Mare spera" o "Papa Voitila" o ancora "Zucca"
per conquistare il mondo.
Forse
non era intenzione dei ragazzi costruire un disco perfetto, senza cali di
tensione, senza divagazioni, senza personalità. Questo è come
un romanzo tardo d'Henry Miller, un disco-minestrone senza shit detector,
su cui ogni tanto svetta la canzone sventratempie e poi i cazzeggi furiosi
e compulsivi.
E poi le canzoni intime (la deliziosa "Il primo giorno con Luca")
i ritornelli strampalati e senza senso (e quindi quintessenzialmente rock):
Giovambattista Vico tu sei un fico.
Credo
che se lavorassero un po' di concentrazione, facendo confluire in dieci pezzi
lungamente strutturati la loro sgangherata genialità gli X-Mary sarebbero
a mani basse la più grande rock band italiana.
Se questo è il loro Quick one, io attendo fiducioso il Prossimo.
Enrico Veronese, "Mogli
e Buoi", Blow Up (marzo 2007)
[...]Tutto
torna magneticamente a convergere nella Bassa, ventre molle capace di Exploit:
se ne fanno bandiera i lodigiani X-MAry, cavalieri dell'evasione scanzonata
incapaci di stare seduti, al punto che la foto di classe - pura - viene sempre
mossa. "A tavola con il principe" conta ventiquattro tracce spropositate,
una la negazione dell'altra, con autentici capolavori gastrici quali Le
tre bellezze della vita (che sono "il bue, l'asinello e Fabio Blesio")
e Zucca: provate a far stare fermi nella batucada i piedi di
Dio. Non c'è meandro musicale che non sia esplorato dai quattro,
al punto di dubitare se sia meglio una futura soluzione all'intrico o la continuità
nel raggio d'azione generalitsa, che già sappiamo essere veicolo di
verità tra le righe.
Guido
Siliotto, Il Tirreno (marzo 2007)
Sono
pazzi, questi X-Mary? La domanda sorge spontanea già dopo la seconda
traccia, una “Zucca” dalle movenze brasileire, ma pure con “Countrygrind”,
che è, appunto, una sferragliante country-song. Ingredienti: una voce
a metà tra Alberto Fortis e Frank Black (ma più cattiva) impegnata
in liriche per lo più ironiche e deliranti (“Cristiano Cristiana”
sul cambio di sesso, i dolori di un paziente dell’”Ospedale Maggiore”
e il lottatore in tanga di “Koko B Ware”), ma pure caustiche (le
nevrosi femminili di “Son più bella io o sei più bella
tu?”, con stacchetto reggae), mentre la musica corre da un estremo all’altro
(dal pop al punk, fino alla presa in giro zorniana di “Negrogrind”,
il taglio lounge del “Parrucchiere” arricchito e il funky di “Giambattista
Vico”), in una sorta di catarsi demenziale con ritornelli killer e durata
media delle canzoni intorno al minuto e mezzo. Diviso in quattro portate -
antipasto, primo, secondo e dessert -, “A tavola con il Principe”
è il disco più gustoso uscito nel 2006. Vale la pena provare
a dargli fiducia.
Stefano
Solventi, SentireAscoltare (25 marzo 2007)
Gli
X-Mary mi perdoneranno se prendo la loro sedicente scemenza parecchio sul
serio. A me questo disco di 24 tracce per meno di quaranta minuti –
secondo full-length dopo Day Ospital (Lmc Records, 2004) - non può
non ricordare quel Double Nickels On The Dime che ha reso imperituri gli impenitenti
Minutemen. Per la sferzante concisione, la festosa brutalità, il sistematico
scompiglio delle coordinate. Attitudine punk che ha attraversato tutto lo
spettro demenzialità compresa, e quindi rimastica se stessa con agro
nonsense, dribblando il no future con la nostalghia più trash. Senza
smettere con ciò di sembrare (anche) un campanello d'allarme tremendamente
attuale: come interpretare altrimenti lo sberleffo pavementiano di Papa Voitila
o lo svalvolamento Giorgio Canali di Donnez-moi une cigarette? Ok, non alziamo
troppo l'asticella. Limitiamoci al disco. Che è dedicato, così
per dire, al pane (vi sembra cosa da poco?). Una scaletta-banchetto in quattro
fasi - antipasti, primi, secondi, dessert - di sei portate ciascuna, dove
capita praticamente di tutto. Qualche esempio: Fortis che incontra gli La's
in fregola Skiantos nell'inno transgender Cristiano, Cristiana; i Police coverizzati
Malgioglio ne Il primo giorno con Luca; il summit tra Smiths, Violent Femmes
e Concato per celebrare l'amor senile in Carolina; la sorniona cospirazione
Lou Reed-Wayne Coyne tra coretti pseudo glam di Ospedale Maggiore; infine
- lestbatnotlìst - un Rino Gaetano irresistibilmente funk nella conclusiva
Giambattista Vico (che - tra liquami wah wah, tastiere acide, intrusioni di
flauto e quella voce da Perry Farrell meneghino - verga più o meno
il distico definitivo: "Giambattista Vico/tu sei un fico"). Inoltre,
equivoci strattonamenti samba (Zucca), esilaranti pastorali folk-rock (Le
tre bellezze della vita), suadenti pop-soul che con un pizzico di sanità
mentale in più potrebbero ambire alla superclassifica (Mare Spera).
Dimenticavo: brevi raffiche noise art punk hardcore a guarnire il tutto. Se
questi quattro si mettono a fare sul serio, o esplodono in mille pezzi o fanno
il culo a tutti. (7.4/10)
Michele
Pinto, Rocklab (28 marzo 2007)
La
tentazione è quella di non prenderli troppo sul serio bollandoli come
i soliti burloni fuori tempo massimo, ma per fortuna alle tentazioni si resiste,
almeno in qualche caso.Questi ci sanno fare per davvero, dannazione, e tapini
noi a prendere sul serio i loro scherzi (o a scherzare sulle loro serissime
faccende). Un detonatore da 24 microschegge (per 35 minuti e poco più)
destinate a farsi ricordare per freschezza e varietà stilistica, nonostante
la sempre precaria messa a fuoco e alcune epiche cadute di stile (un paio
di episodi punk rock di quart’ordine e sortite grind da strapazzo).
Massì, concediamoci il lusso di partire dal peggio per una volta e
lasciamo che i distratti voltino pagina prima di incrociare lo sguardo con
la triturante bossacore di “Zucca”, per non dire del Dalla sotto
Mialin di “Ospedale Maggiore”e del medioevo miniato Branduardi
swing di “Al Mercato”. Avrei dato più chance a Belpietro
insignito del Pulitzer che a “Cristiano Cristiana” nel mio lettore,
eppure, la canzone fa coppia con quelle due apparizioni très Skiantos
di “Carolina” e “Mare Spera” per un trittico da sciopero
del neurone. Intrattenimento garantito e libidine coi fiocchi, per citare
Nietzsche; in un paese che quotidianamente si specchia nel grottesco come
il nostro, queste cronache parossistiche sembrano più reali del reale,
e per un Ruini che appende la tonaca al chiodo per diventare tour manager
dei riformati U.D.C. di Ferretti, ecco un inno Offspring style da oratorio
osannante “Papa Voitila”, preceduto e seguito da altri episodi
splendidamente grotteschi; quest’insalata di generi decreta la morte
per overdose del funk rock, dei Minutemen e dei Nirvana, di Camerini, Snorky
e paninari. Lo spirito critico imporrebbe di contenere gli entusiasmi e concentrarsi
su tutta una serie di pecche e difettucci, ma l’ascolto provoca un euforia
tale da andare oltre qualunque discorso di forma. Bravi davvero e se solo
sapranno limare qualche eccesso ne vedremo delle brutte; ma brutte da fare
invidia.
Vittore
Baroni, Rumore (aprile 2007)
[...]Capita
infine, ed è assai più raro, di esser sorpresi da progetti curiosi
e indefinibili, come il quartetto lombardo X-MAry, che nel secondo Cd A
Tavola con il Principe scodella energetici minestroni di avant-jazz zorniano,
canzone post-demenziale, samba, hc punk, power pop e altro ancora. Dei veri
Fuori di Zucca, da sentire per credere.
